09 Sep La gente ha trovato un modo per non guardare più la pubblicità.

I primi segnali di un cambiamento imminente si erano già fatti sentire qualche anno fa, ma solo adesso il problema ha assunto proporzioni preoccupanti.
I numeri parlano chiaro: 198 milioni di persone usano software e app che bloccano la pubblicità online.
Adblock Plus, Purify, Peace, Blockr sono solo alcuni. Vengono fuori come funghi e solo quest’anno hanno ferito aziende e multinazionali per un valore stimato intorno ai 22 miliardi di dollari.
A dare il colpo di grazia ci ha pensato l’ultimo sistema operativo rilasciato da Apple, iOS9, che supporta con molto piacere gli ad-blocker. I download delle apposite app sono subito volate ai primi posti delle classifiche.
Quello che fino a pochi anni fa era un tabù intoccabile, ovvero il libero arbitrio nei confronti di banner, pre roll, pop up e tutti quegli annunci pubblicitari che intervengono in modo invasivo sulla web experience di ognuno di noi, oggi è diventato la punta dell’iceberg di una rivoluzione che fa tremare tutti, soprattutto gli addetti ai lavori.
Da una parte gli utenti cantano vittoria, dall’altra il mondo dell’editoria web spilla gocce di Xanax come fosse propoli.
spongebob google meme
La domanda è la seguente: se alle persone viene data la libertà di non essere costantemente bombardate dalla pubblicità come faranno le persone che vendono le cose a vendere quelle cose?
L’Interruption Marketing non va più bene. L’alternativa ha diversi nomi, come il Native Advertising che non viene censurato perché rilevato come contenuto stesso del sito, o come l’Influencer Marketing, quel gioco di magia per cui pensi di stare leggendo un articolo sul tragico avvento degli Ad Blockers mentre in realtà l’obiettivo è farti venire voglia di scaricarne uno, oppure addirittura il blocco restrittivo alla consultazione del sito per chi ha installato i servizi anti-pubblciità.
Qualsiasi sarà la soluzione, la battaglia tra chi vende e chi compra è ormai cominciata. Tanto che un’orda incazzata di consumatori emancipati hanno messo su una sorta di “Manifesto della Pubblicità Accettabile”, una presa di coscienza che sembra gridare: la web experience è mia e me la gestisco io.
Due sono gli aspetti chiari di questa situazione:
1 – I siti guadagnano sulla pubblicità. La pubblicità porta introiti. Gli introiti pagano chi lavora sul sito, soprattutto se il loro è un lavoro di qualità. Buttiamola li: no pubblicità = no qualità.
2 – “Il problema non è la pubblicità, ma la cattiva pubblicità” diceva qualcuno. Se gli addetti ai lavori vorranno rimanere tali dovranno ingegnarsi per trovare un modo alternativo per vendere quel rotolo di carta igenica. Un modo che non sia fastidioso e invasivo, ma che possa risultare veramente attraente. Questo porterà inevitabilmente ad un’evoluzione in positivo. Meningi verranno spremute.
E questo è sempre un bene.