07 Oct Mr. Robot: i dolori del giovane hacker.

La novità è che qualcuno è riuscito a dare un volto plausibile all’universo degli hacker. E questo basterebbe a consacrare Mr. Robot, serie TV thriller-complottistica di 10 puntate, prodotta da Universal Cable Production e diretta dall’egiziano Sam Esmail, come il prodotto migliore del 2015.
La serie racconta del giovane Elliot Alderson, impiegato esperto di sicurezza informatica presso la AllSafe di New York. Fino a qui tutto bene se non fosse che Elliot è un sociopatico e utilizza l’hacking per intrufolarsi nella vita dei suo conoscenti, leggendone i segreti. Elliot passa le giornate parlando con se stesso, evitando gli altri e pippando capsule di morfina sbriciolata. Non proprio una vita da sogno. Non ama farsi toccare, ha gli occhi di fuori, una leggera gobba di bisonte e l’azienda per cui lavora a sua volta lavora per una delle più diaboliche e globalizzate multinazionali in circolazione, la E Corp (Evil Corp, letteralmente Corporation Del Male).
La macabra esistenza di Elliot cambia direzione quando incontra Mr. Robot (Christian Slater) che vuole assolutamente coinvogerlo nel suo progetto anarco-insurrezionalista, la fsociety, uno sparuto gruppo di hacker che intende manomettere la bicicletta della E Corp e quindi del mondo intero, per liberarlo dalla tirannia del Cash. Questo rapporto con il gruppo lo porterà a una vera e propria discesa negli inferi della propria mente, un’escalation di follia in MS-DOS.
Quello che colpisce realmente della serie è, oltre all’ottima trama e il conseguente ottimo intreccio, il pionieristico risultato che riesce a raggiungere parlando una lingua intellegibile e ricca di metafore che praticamente tutto il mondo comprende. La fsociety è Anonymus, la E Corp è il demonio del Capitalismo, Elliot Alderson un ignaro Gesù Cristo.
Il racconto della psicologia del giovane hacker è una secchiata di acqua fresca. La sua costante paranoia, le manie di persecuzione, la tossicodipendenza e la totale assenza di relazioni interpersonali ci danno un primo vero sguardo su chi saranno i nostri prossimi salvatori. Non il Chris Hemsworth di Blackhat (Santoddio che mondezza quel film!), non il personaggio pubblico con una schiera di accoliti alle spalle, non il pacifista capellone che canta canzoni su un letto matrimoniale, ma un surrogato umano senza volto, un sabotatore che nessuno ha mai visto e che probabilmente nessuno vedrà.
Gli hacker descritti da Sam Esmail non esprimono emozioni come fanno le persone normali, non hanno fiducia nel prossimo e rinchiudono se stessi in un baratro nichilista dalle sfumature hippie.
L’approccio che Elliot ha nei confronti della sua missione, salvare il mondo, ripercorre la storia e il destino dei grandi uomini, vissuti nella perenna dicotomia tra sacrificio e giustizia. Senza il primo non avrai il secondo.
In Elliot l’ipersensibilità alle questioni umane è un dono, ma è anche una maledizione. “Beati gli stupidi” sembrano dire i suoi attacchi di panico. La stessa droga che inala è un messaggio al mondo esterno: piuttosto che sentire così profondamente l’ingiustizia dell’uomo preferirei abbracciare per sempre l’apatia, l’indifferenza e la privazione totale d’iniziativa. La morfina, appunto.
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La filosofia hacking che passa guardando Mr. Robot è inoltre una resa dei conti che l’uomo, prima o poi, dovrà fare con le macchine e con l’utilizzo degenerato che ne sta facendo. Il linguaggio informatico diventa la parabola della modalità con cui affrontiamo noi stessi e gli altri, come se bastasse una password per accedere alle profondità umane. Il manifesto della connettività che tutti sventoliamo oggi è forse il modo migliore per allontanarci dalla realtà e perderci in un labirinto di cavi e droghe sintentiche.
Ma ora basta con le brutte notizie. Andatelo a vedere.