11 Nov La nuova campagna Diesel è un po’ troppo.

Renzo Rosso ci ha sempre abituati a grandi cose. E non stiamo parlando dei suoi ricci inguardabili o della sua attrazione sessuale per Matteo Renzi, ma bensì del taglio, a volte rivoluzionario, che continua a dare alla comunicazione Diesel.
Da Dirty Jobs a #dieselreboot, passando per #joggjeans fino ad arrivare alla più famosa #bestupid, l’azienda vicentina si è sempre distinta nello scontro tra Denim.
diesel dirty campaign
dieselreboot campaign
diesel joggjeans campaign
diesel bestupid campaign
L’ultima campagna risale ai primi di settembre e forse rappresenta il limite più estremo mai raggiunto da Diesel.
Il piglio radical si presume già dal titolo: #dieselhashtag. L’intera campagna si sviluppa così, con foto di modelli piuttosto annoiati seguiti da copy autocelebrativi che sembrano scritti sull’alto monte di Friedrich Nietzsche: ci siamo svegliati, siamo saliti più in alto di tutti e ci siamo resi conto che siete tutti una manica di rincoglioniti.
diesel hashtag campaign
diesel hashtag campaign
diesel hashtag campaign
diesel hashtag campaign
diesel hashtag campaign
diesel hashtag campaign
E ciliegina sulla torta:
diesel hashtag campaign
Nicola Formichetti, stilista e direttore artistico giapponese dalle origini italiane, ha sicuramente messo in conto la reazione del pubblico. Gli aficionados si sono prostrati a terra strappandosi i capelli e tirandogli banconote da 100. I più scettici sono diventati ancora più scettici.
Detto tra noi, siamo ancora in dubbio su quale parte prendere.
L’atteggiamento che passa dalla nuova campagna Diesel supera di gran lunga l’effetto “aprireste un ristorante intorno ad un piatto di letame, se solo fosse preparato da me”, e arriva ad essere una dichiarazione di noia assoluta nei confronti della moda e della sua corrispettiva comunicazione. L’obiettivo è probabilmente quello di interrompere il flusso di un brand legato a doppio filo con la capacità stessa del brand di vendere se stesso. La campagna sembra dichiarare, per la prima volta in maniera efficace, che gli acquirenti Diesel non comprano Diesel perché qualcuno gliel’ha venduta bene, ma perché Diesel è una bomba e basta.
Dall’altra parte il radicalismo uber alles che professa Formichetti rischia di passare per fiacchezza. L’iter creativo che c’è dietro una campagna non può rimanere così profondamente nascosto o, ancora peggio, non risultare per niente. Andare contro l’omologazione dei contenuti è sempre una nobile missione ma quando la critica prende sembianze sterili e svogliate c’è rischio che il messaggio passi per poi rimanere a mezz’aria, sospeso.
C’è da dire che oramai l’obiettivo di chi mercanteggia in comunicazione è sempre quello di produrre una reazione, che questa sia negativa o positiva poco importa (vedere la trasformazione di Miley Cyrus da bambola Disney a Bambola Assassina).
mileytransformation
“Basta che se ne parli”, è vero, ma se la comunicazione si riducesse a questa semplice equazione GG Allin si sarebbe potuto candidare alle politiche del 1990 in Gran Bretagna.